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NUNO
Come fu che Nuno si meravigliò delle nuvole che si muovono colpite dal vento.

Si racconta che tempi addietro, quando la gente mangiava ancora pane fritto stracotto e focaccia di uova di vecchia cornacchia spelacchiata, esisteva un paese non più grande di un fazzoletto da naso, non più piccolo di un dopolavoro ferroviario, che si chiamava Puc. Nel paese di Puc c’era una piazza che aveva al centro un monumento dedicato al poeta Luis Alvaro d’Aragon e Coimbra, che era nato appunto nel paese e che proprio a Puc aveva dedicato tutte le sue più belle poesie. Il monumento al poeta Luis Alvaro d’Aragon e Coimbra aveva nelle mani un libro di pietra. Il libro era aperto alla pagina 26 dov’era scolpita, sempre in pietra, la poesia più bella di Luis Alvaro d’Aragon e Coimbra, ma, siccome il monumento aveva più di 400 anni, il passare del tempo, la pioggia e il vento avevano lentamente e inesorabilmente corroso la pagina 26 del libro di pietra, quindi la poesia era indecifrabile, illeggibile per gli uomini. Ma c’era un abitante del paese che a volte, di notte, quando tutti dormivano sonni rotondi, si arrampicava sul grande monumento, si avvicinava al libro di pietra aperto a pagina 26 e cercava di capire che cosa ci fosse scritto. Questo abitante del paese di Puc si chiamava Nuno. Nuno abitava a Puc da quando era nato. Nuno era un uomo alto quanto il canto di una cicala d’estate e largo come un cavolfiore di Lisbona. Nuno viveva da solo in una casa che si affacciava sulla piazza di Puc e ogni mattina, quando si svegliava, dal balcone della sua casa poteva vedere il monumento al poeta Luis Alvaro d’Aragon e Coimbra che aveva in mano il suo libro di pietra aperto alla pagina 26. La casa di Nuno non aveva soffitta, perché egli forse non aveva niente da metterci dentro. Dove ora c’era la casa di Nuno, 100 anni prima era stata costruita un’altra casa e 100 anni prima ancora un’altra e 100 anni prima un’altra ancora e poi un’altra e un’altra casa ancora, fino alla notte dei tempi, e tutto questo Nuno lo sapeva, non perché l’avesse studiato, non perché qualcuno gliel’avesse raccontato, ma lui lo sapeva… così… per istinto, punto e basta. Nuno, quando arrivava la sera e si metteva a letto, prima di addormentarsi pensava a tutte quelle case che c’erano prima della sua e alla pagina 26 del libro di pietra tenuto in mano dal monumento al poeta Luis Alvaro d’Aragon e Coimbra; su questi pensieri si addormentava, ma un attimo prima di chiudere gli occhi, diceva con voce chiara e limpida: - Forse un giorno costruirò una soffitta in questa casa - e, paf, si addormentava. Una notte di quelle in cui la luna sembrava di cartapesta, Nuno non riusciva a prendere il sonno per la coda e allora decise di affacciarsi al balcone della piazza, con al centro sempre immobile il monumento del poeta con il libro di pietra aperto a pagina 26. Nuno era sul balcone a prendere il fresco e a cercare di prendere sonno, quando, guardando il monumento a Luis Alvaro d’Aragon e Coimbra, gli venne l’idea e la voglia di riprovare a scalare il monumento per cercare di decifrare la pagina 26 del libro di pietra tenuto in mano da Luis ecc. ecc. Arrivata l’idea, il resto è fatto, così Nuno si ritrovò vestito quasi da alpinista per scalare in sicurezza il monumento per l’ennesima volta. Nuno aveva con sé una corda, un martello, 5 chiodi, un paio di sci, una scatola di biscotti, uno stuzzicadenti, 2 ghiaccioli, il diploma fotocopiato della sua licenza di terza media, un arancio e una scatola di pastiglie per il mal di testa, reumatismi e mal di denti, insonnia… insomma aveva tutto l’indispensabile per scalare un monumento. Giunto sotto il monumento, lanciò la corda con maestria sul braccio del poeta e iniziò la scalata partendo dalla gamba destra del poeta, per poi girare su se stesso e ritrovarsi sotto al mantellone di Luis Alvaro d’Aragon e Coimbra, poi a cavalcioni del braccio destro e in un battibaleno nella mano sinistra, dove c’era il libro di pietra aperto a pagina 26. Nuno, con davanti il gigantesco libro, cercò ancora una volta di leggere ciò che il tempo aveva cancellato. Ma, com’è come non è, una manovra un po’azzardata fece cadere Nuno, che ebbe appena il tempo di aggrapparsi al pollicione del poeta; così, in quella posizione alquanto scomoda , Nuno iniziò a chiedere aiuto. Le urla richiamarono l’attenzione di Alfredo, guardia notturna nonché giurata, che teneva sotto controllo la notte degli abitanti di Puc, affinché essi potessero dormire sonni quieti e profondi. - Che cosa stai facendo appeso al pollice di Luis Alvaro d’Aragon e Coimbra? – sbottò Alfredo, togliendosi il cappello e scendendo dalla bicicletta. - Aiuto! - rispose Nuno, ciondolando dal pollicione. - Chi ti ha detto di scalare il monumento? Perché? E come? – continuò Alfredo, non ascoltando Nuno. - Aiuto! – replicò ansimando Nuno. - Ripeto – disse Alfredo arrabbiato e rimettendosi il cappello da guardia notturna nonché giurata – chi ti ha consigliato di scalare il monumento e perché? - Nuno, alle strette, ma soprattutto perché gli dolevano le mani, confessò dicendo: - Sono salito sul monumento del nostro compaesano poeta per capire che cosa c’è scritto in questo libro di pietra, su questa pagina aperta da 400 anni -. Alfredo non parlò, non si mosse, si mise di nuovo il cappello, salì sulla sua bicicletta da guardia notturna nonché giurata e sparì in una stretta via della piazza, da dove riapparì con una camionetta rossa dei vigili del fuoco, che con la scala fecero scendere Nuno, tra le risate degli abitanti di Puc che, nel frattempo, richiamati dall’ululare della sirena dei vigili del fuoco, avevano acceso le luci delle loro stanze da letto e si erano affacciati ai loro balconi colmi di profumanti vasi di gerani. Il giorno dopo, Nuno si ritrovò in prigione, dentro una piccola cella 3 metri per 3 e lì passò ore silenziose. Iniziò a lamentarsi del suo destino, delle sue scarpe strette, del suo vicino di casa, e soprattutto si lamentava del fatto che per tutta la notte non era riuscito a chiudere occhio. - Ma poi, alla fine, che cosa ho fatto di male? E’ forse vietato scalare un monumento? E’ forse vietato tentare di leggere la pagina 26 del nostro compaesano poeta Luis Alvaro eccetera eccetera? - Come se fosse chiamato in causa, dallo spioncino della porta in ferro della cella di Nuno apparvero per incantesimo i 2 occhi stralunati di Alfredo, la guardia notturna nonché giurata. - Sì, è vitatissimo – sbottò Alfredo togliendosi il cappello. – C’è un’ordinanza del sindaco di Puc che dice chiaramente al punto 5 comma 6 dell’articolo 34 del Codice Penale invernale, aperto a pagina 2 del suddetto articolo alla 5 riga contando dal basso, che è vietato altresì arrampicarsi sul monumento di Luis eccetera eccetera e tentare di leggere, allorché decifrare, la pagina 26 del libro di pietra collocato sul braccio sinistro del nostro compaesano nonché compatriota Luis eccetera eccetera, e chiunque trasgredisca la suddetta ordinanza verrà arrestato, messo in prigione per un tempo indeterminato, mangiando solo pane fritto stracotto, punto e basta-. I due occhi di Alfredo, guardia giurata nonché notturna, detto tutto questo, paf, sparirono come per incanto dietro allo spioncino di ferro. Nuno restò lì impavido e pallido. - Un tempo indeterminato in questa cella a pane fritto e stracotto – pensò – è un’esperienza che non avrei mai voluto fare e che ora dovrò affrontare… eroico… - alla parola eroico Nuno pianse a dirotto. E così passò la sua prima giornata nel carcere di Puc, paese non più grande di un fazzoletto da naso, non più piccolo di un dopolavoro ferroviario. Il secondo giorno, Nuno non uscì dalla sua cella nemmeno nell’ora d’aria e, appoggiato alle sbarre della piccola finestrella, pianse lacrime amare. Il terzo giorno, Nuno lo passò dormendo e sognando di volare sopra Puc, proprio come fa una rondine o un’aquila. Il quarto giorno, Nuno decise di uscire nell’ora d’aria stabilita dal regolamento del carcere, che dice al punto 5 comma 26 riga 3 che tutti i carcerati al di là delle loro colpe possono usufruire di un’ora all’aria aperta, chiusa però sempre fra le mura alte 7 metri per 7. E così fece Nuno, che uscì dalla cella e usufruì dell’ora d’aria stabilita dal punto 5 comma 26 del regolamento carcerario. In quel piccolo rettangolo d’aria Nuno incontrò tutti gli altri suoi compagni di sventura, in particolare gli si avvicinò il più vecchio prigioniero che si chiamava Fernando. Fernando era un uomo magro come il volo di una libellula e vecchio come una foglia d’autunno. - Benvenuto tra di noi – disse Fernando, rivolgendosi a Nuno, - così anche tu hai scalato il monumento al poeta! – aggiunse Fernando sussurrando, perché aveva paura di essere ascoltato dalle guardie. - Come “anche tu”? Perché, anche lei è qui per lo stesso motivo? – disse Nuno sgomento. Fernando sorrise come una verza appena colta: - Tutti quelli che sono prigionieri in questo carcere sono qui perché hanno tentato di leggere la pagina 26 del monumento a Luis Alvaro eccetera eccetera; il Sindaco questo non lo vuole e allora ha emesso un’ordinanza che lo vieta.- - E perché – disse Nuno – il Sindaco lo vieta? Fernando sorrise e sotto voce disse – Non lo so! Ma tu sai chi è stato veramente il poeta Luis eccetera eccetera? - - No – disse Nuno. - E allora siediti e ascolta! – lo invitò Fernando. Nuno si sedette e si mise tutto orecchie. - Fernando, sempre sussurrando, iniziò: - Luis Alvaro d’Aragon e Coimbra è stato un poeta che è vissuto qui a Puc 400 anni fa; qui era nato, suo padre impagliava le sedie, sua madre andava spesso al fiume a lavare per altri lenzuola, federe e tovaglie. Il poeta era giovane quando, racconta la leggenda, ebbe una visione che lo portò a decidere di scrivere poesie; e così fece per tutta la vita. Che cosa il poeta in quella visione avesse visto rimarrà per sempre un mistero. Il poeta scrisse poesie bellissime su Puc, sulle sue strade, sui suoi abitanti, sui suoi tramonti. E quando morì 400 anni fa il Sindaco fece un’ordinanza che diceva al punto 15 comma 36 che per meriti poetici e perché attraverso i suoi memorabili versi ha fatto bella la nostra cittadina, Luis Alvaro d’Aragon e Coimbra meritava la costruzione di un monumento da collocarsi nella piazza principale del paese. E così fu fatto; il monumento fu costruito, lo scultore fece nelle mani della scultura un libro di poesia aperto alla pagina 26 e lì, su quella pagina, scrisse la poesia più bella di Luis Alvaro ecc. ecc. ora indecifrabile, quasi illeggibile. Ecco, questa è la storia di Luis ecc. ecc. Nuno aveva ascoltato incantato; fece appena in tempo a salutare Fernando: finì l’ora d’aria e tutti rientrarono in cella, compreso Nuno che si gettò subito sul letto addormentandosi non prima di aver detto con voce chiara e limpida: - Forse un giorno costruirò una soffitta in questa casa.- e paf si addormentò. Il tempo passò nel paese di Puc, pasò negli orti, nei cuori tristi, e passò anche nella cella dove Nuno era incarcerato a tempo indeterminato. Un bel giorno sulla finestra della cella di Nuno apparve un piccione bello come un aquilone; Nuno, per avere compagnia, fece subito amicizia con il piccione, gli dava briciole di pane fritto e stracotto, gli raccontava storie, gli diede addirittura un nome: lo chiamò Ugo. E lui, Ugo, ogni giorno, si posava sulla piccola finestrella della piccola cella 3 x 3, per tenere compagnia a Nuno. A Nuno un giorno venne un’idea alquanto balzana. Pensò: - Se gli uomini non sono il grado di decifrare la pagina 26 del libro di pietra, sarà ben capace un piccione; bisognava solo insegnargli a leggere l’umano alfabeto. Le idee balzane a volte saltellano come cavallette nelle teste delle persone sole, e Nuno era un uomo solo. Subito si mise all’opera e insegnò a Ugo con un metodo di sua invenzione che la A corrispondeva a una becchettata sulle sbarre, che la B corrispondeva a due becchettate, la C a un leggero movimento d’ala, la D a un movimento d’ala e un giramento di testa a sinistra, la E a due becchettate e 2 movimenti d’ala, la F a una becchettata e un movimento di coda, la G era invece un colpo d’ala e un leggero movimento della coda, e così via con tutte le lettere dell’alfabeto, fino ad arrivare alla Z che era un movimento d’ala, 3 becchettate, un giramento di testa e un colpo di coda verso sinistra. Ora Ugo sapeva perfettamente le lettere dell’alfabeto umano. Nuno aveva insegnato tutto questo al piccione Ugo in un tempo record (un anno, tre mesi e 5 giorni), rinunciando alla sua ora d’aria prevista dal codice carcerario. Arrivò il giorno adatto all’impresa. Il piccione Ugo si posò come sempre sul davanzale della finestrella e Nuno disse a Ugo, con l’alfabeto di sua invenzione, attraverso movimenti convulsi: - Ora tu vai sul movimento a Luis Alvaro eccetera eccetera e leggi cosa c’è scritto a pagina 26 del libro di pietra -. - Sì -, disse Ugo con 3 becchettate e 1 colpo di coda. –Ora vado – affermò. E volò via. Il piccione, leggero come polvere di carbone, prima sorvolò dei campi di grano, poi alcune case con le pareti gialle, infine arrivò sulla piazza di Puc; volando a spirale si posò sulla testa del poeta, si osservò intorno e, come se fosse telecomandato, svolazzò sul libro aperto. Qui Ugo socchiuse gli occhi, zampettò, sculettò, si riposò, seguì con gli occhi la pagina aperta più volte, infine, come un professore di filosofia, sembrò meditare. Il sole stava tramontando, su Puc era passata una splendida giornata con il cielo sereno e la gente, ritornando a casa, non fece caso ad un piccione intento a leggere la pagina 26 aperta da 400 anni. Ugo, come se avesse capito tutto, riprese il volo, sorvolando le case gialle e il campo di grano; si posò sul davanzale della prigione di Nuno che subito chiese: -E allora?- (colpo di ali – 2 becchettate). Ugo, il piccione grasso come una ciotola di latte e bello come un aquilone, riferì: - Colpo d’ala, 2 becchettate, 3 movimenti di testa, 1 colpo di coda a sinistra, 1 a destra, apertura d’ali, 5 becchettate, 3 colpi di coda a destra, apertura completa di 1 ala, infine 7 becchettate e 1 movimento di coda - Nuno tradusse: - Le nuvole si muovono colpite dal vento, le nuvole si muovono colpite dal vento, è questo che il poeta Luis Alvaro d’Aragon e Coimbra porta scritto sul libro di pietra fermo lì da 400 anni… – e questa frase, come un’eco, era nella testa di Nuno - le nuvole si muovono colpite dal vento -. Come aveva fatto a non pensarci prima? - Perché – Nuno si chiedeva – ho vissuto tutti questi anni senza guardare le nuvole che si muovono e si trasformano scolpite dal vento? - Nuno osservò fuori dalla sua cella e iniziò a meravigliarsi guardando le nuvole, quelle stesse nuvole che Nuno guardava dal suo balcone, in modo distratto, anzi quando le nuvole arrivavano non solo non si meravigliava, ma si chiudeva addirittura in casa per paura dei temporali. Ecco perché il Sindaco di Puc non voleva far legger la pagina 26 del libro di pietra, non voleva che la popolazione sapesse che le nuvole si muovono colpite dal vento, per non correre il rischio che la gente, saputa questa verità, si radunasse in piazza a guardare a testa in sù le nuvole passare, – la gente, quella seria, deve lavorare, non guardare le nuvole -. Nuno, invece, iniziò a stare bene, perché era malato di meraviglia; ora sapeva cosa fare, ogni giorno stava seduto davanti alla finestrella della sua cella 3 x 3 e vedeva passare le nuvole, e ne seguiva i movimenti e le trasformazioni, le contava, ci giocava insieme, soffiando, quasi lui fosse il vento, a volte le dipingeva su piccoli fogli di carta, non voleva perdersi nessuna nuvola che passava nello spazio di quella piccola finestrella, voleva essere lì presente ad aspettarle sempre, per sempre, per l’eternità. Nuno divenne poeta, scrisse molte poesie. Anni dopo, il tempo con la pioggia e il vento cancellò, oltre alla pagina 26, anche tutto il monumento a Luis Alvaro d’Aragon e Coimbra e al suo posto, quando Nuno morì cento anni più tardi, l’allora sindaco di Puc fece un’ordinanza che diceva che per meriti poetici e perché aveva fatto bella la nostra cittadinanza, e visto l’articolo 26 comma 4 del codice comunale invernale, ordinò di costruire e mettere al centro del paese la statua del sommo poeta Nuno che tanto soffrì per aver voluto portare poesia agli uomini. Il Sindaco dispose e così si fece. Ora al centro di Puc c’è la statua di Nuno con un libro sulla mano sinistra aperto alla pagina 26 e gli occhi rivolti al cielo come per dire: - Finalmente ho costruito una soffitta in questa casa -.


PITU
Come fu che Pitu suonatore di bombardino si meravigliò del silenzio


Quando nell’aprile del 1905 nacque Pitu, subito il papà disse: - Guarda, Eleonora, ha la bocca adatta per suonare il bombardino.- Eleonora era una donna semplice, silenziosa come il suono del vento che attraversava un bosco. La notte, quando Pitu e il marito dormivano, lei amava molto andare in cucina e immergersi nei suoi pensieri, aprire con un piccolo coltello le noci e mangiarsele lentamente in silenzio. Le piaceva sentire il crac di quando le noci si rompono, ma soprattutto del silenzio che c’era dopo. Eleonora parlava pochissimo e quando nell’aprile del 1905 nacque Pitu e Aristide, il marito, disse: - Guarda, Eleonora, Pitu ha la bocca adatta a suonare il bombardino -, lei sospirò e disse sussurrando: - No, Pitu, ha la bocca da baci -. Aristide non capì e guardò male la moglie, come per dire che il futuro del figlio lo decideva lui, perché lui era il capo-famiglia e quindi, se il Pitu aveva un futuro nella banda del paese come suonatore di bombardino, l’avrebbe deciso lui, punto e basta. Pitu crebbe e subito all’età di 8 anni fu iscritto alla scuola di musica della banda del paese. Quando Pitu andò alla prima lezione, subito il maestro, un certo signor Olmo, disse che quel ragazzo era nato bello e fatto per suonare il bombardino, perché aveva la bocca adatta. E così Pitu iniziò le lezioni per diventare suonatore di bombardino nella banda del paese di Castagnole Monferrato e, siccome il suonatore di bombardino titolare, un certo Aldo, voleva smettere di suonare nella banda perché era affascinato dal suono delle campane del paese ed era quindi suo desiderio diventare campanaro. Le lezioni si intensificarono. Pitu si trovò ad essere un perfetto suonatore di bombardino all’età di 10 anni, andava a fare concerti camminando al passo nella banda con quello strumento che era più grande di lui, a volte ansimava affaticato e tirava giù sospiri su sospiri. Il tempo passò in fretta. Eleonora, la madre silenziosa come un delicato soffione al primo colpo di vento, volò nell’aria. Prima di chiudere gli occhi sorrise a Pitu e gli toccò lievemente le labbra come a dire: - Hai la bocca da baci -. E morì. - E’ così forse la vita? – chiese Pitu un giorno al suo bombardino, ritornando da un concerto. – E’ così forse la vita? – Una domanda che gli entrò nella testa e si trasformò in un’eco. – E’ così forse la vita? -. E di tempo ne passò ancora un po’ e anche Aristide, il padre autoritario, si sollevò da terra diventando nuvola tempestosa e anch’egli, prima di chiudere gli occhi, toccò le labbra di Pitu come per dire: - Che labbra da suonatore di bombardino -. E paf, spirò. Pitu rimase solo nella sua piccola casa di campagna, non si sposò mai, la domenica mattina si vestiva con la bellissima divisa della banda, tutta blu con le strisce gialle ai lati del pantalone e sul cappello una bellissima piuma verde che, quando camminava al passo, si muoveva come un rametto d’acacia. Era passato molto tempo da quel giorno d’aprile del 1905, quando aprì gli occhi agli occhi della madre; erano, per la precisione, passati 67 lunghi anni, lui aveva continuato a fare il contadino e poi la domenica a suonare il bombardino nella banda del paese di Castagnole Monferrato. Una domenica mattina Pitu si svegliò, si mise la divisa lentamente; faceva ormai fatica a fare anche i più piccoli gesti quotidiani, Pitu era venuto ad assomigliare al suo bombardino, cioè era diventato grasso e pelato, e per di più zoppicava per un dolore al ginocchio della gamba destra. Uscì e andò nella piazza del paese: tutta la banda si mise in fila e iniziarono ad avvolgere le vie del paese con quelle musiche che ricordano gli orti assolati e le vigne di Castagnole Monferrato. Lui, Pitu, era l’ultimo della fila, marciava come sempre, come aveva fatto in tutti quegli anni, ma quel giorno lui sentiva che non era più così, che quel cuore che lo aveva sorretto stava per cedere: iniziava a mancargli il respiro, quello giusto, quello che serviva per fare quel pop pop, quello giusto, quel pop pop che usciva dal suo bombardino da più di sessant’anni. Il cuore tremolava nel respiro e nel respiro tremolava quel pop pop. Pitu sentiva che avrebbe fatto ancora un pop e poi si sarebbe fermato, non poteva crederci, ma era così, il cuore gli batteva forte, il tremore alle labbra fece un pop stonato e Pitu pop si fermò, smise di suonare e si appoggiò a un muro sotto il cartello “Via Roma”. Tutta la banda non fece caso a Pitu e continuò la marcia, avvolgendo il paese di suoni di orti e di grappoli d’uva. Pitu osservò la banda, i suoi amici di sempre, continuare senza di lui, e tutto questo gli sembrava normale, gli sembrava normale perché l’eco nella sua testa diceva che – Forse la vita è così -. E quella domenica mattina di maggio, con i mandorli appena fioriti, con quel cielo così limpido e chiaro, la vita, quella che scorre, doveva proprio essere così. Nella testa di Pitu si era fatto una specie di silenzio, quel silenzio che somiglia a quando le cicale d’estate smettono di colpo e si ha nelle orecchie come un filo di vento. Pitu si riprese e decise di prendere una stradina del paese che non aveva fatto mai, si immerse così in altri pensieri e con il suo bombardino a tracolla iniziò ad assaporare l’aria di maggio. Camminando si trovò in un giovane campo di grano, così è e non si sa perché. Pitu abbracciò il suo bombardino e iniziò un assolo per bombardino e spighe di grano. I suoi pop pop echeggiavano in tutta la vallata. Poi appoggiò per terra lo strumento, trasse dalle tasche una manciata di noci, un piccolo coltellino, e iniziò a mangiarle. Anche a lui, come alla madre, piaceva sentire quel crac che fanno le noci quando si rompono, ma soprattutto gli piaceva ascoltare il silenzio che c’era dopo. In quel momento l’eco che diceva che forse la vita è così, nella testa di Pitu sparì,e ci fu silenzio, un vero, profondo silenzio. Lui, Pitu, si meravigliò di quel silenzio, si meravigliò e si meravigliò ancora, rimanendo fermo lì con il suo coltellino, una noce appena aperta , il bombardino per terra. L’unica cosa che faceva era toccarsi le labbra, come a mandare baci nell’aria, in quell’aria fresca di maggio. Pitu si addormentò come un bambino, si svegliò, trovò nel suo bombardino uno scoiattolo. – Sarà utile per lui – mormorò e se ne andò, lasciando lo strumento nel giovane campo di grano. Ora Pitu è un meravigliato del silenzio e da allora si aggira nelle vallate vicine a Castagnole Monferrato a rubare qua e là i silenzi che la natura ha deciso di donargli.


EGLE
Come fu che Egle vecchia maestra elementare si meravigliò del sole che tramonta


L’armadio completamente spalancato somigliava a una piccola caverna nella quale un bambino avrebbe desiderato fare un rifugio o magari un piccolo nascondiglio. La vecchia maestra Egle se ne stava di fronte all’armadio-caverna aperto; era seduta sul bordo del letto ancora in vestaglia. Quel giorno, il primo giorno di scuola, voleva vestirsi bene, voleva entrare in classe con un’aria serena dentro ad un vestito allegro e quindi voleva decidere con calma cosa indossare. Tutti i vestiti nel buio dell’armadio erano posti accuratamente, uno vicino all’altro, come le lunghe file che lei faceva fare ai bambini quando era l’ora dell’intervallo. DRRRR, suonava il campanello, - tutti in fila - diceva decisa. E i bambini prima erano coriandoli, poi, trasformandosi in un lungo serpente, obbedivano, e questo lei lo faceva fare ormai da 40 anni, - tutti in fila -, da 40 lunghi anni, coriandoli –serpente. Egle si alzò dal letto e iniziò a sfogliare i vestiti appesi agli attaccapanni come un vecchio libro. Essi raccontavano piccole storie passate, c’era il vestito che si era messa quando era giovane, c’era il vestito con piccoli ornamenti floreali che si era messa soltanto 2 volte, c’era il vestito che si metteva quando la neve imbiancava le case del piccolo paese nel quale la maestra Egle viveva, Refrancore, c’era anche il vestito azzurro che lei si metteva per fare la Madonna durante la processione annuale che, partendo dalla chiesa parrocchiale, con canti e preghiere, si concludeva sul sagrato della chiesa di Refrancore. Egle ogni anno faceva la comparsa della Madonna anche se l’età era avanzata; il parroco, d’altronde, non aveva mai avuto il coraggio di dirle che era meglio un’altra Madonna, magari più giovane. Non riusciva proprio a dirglielo. Lei cantava nel coro parrocchiale, non perché fosse particolarmente portata per il canto; ci andava perché nel coro c’era Alfredo, un suo amore segreto, al quale non si è mai rivelata . Alfredo viveva a Refrancore e faceva il tappezziere. Egle, innamorata segretamente di lui, cambiava la tappezzeria almeno tra volte all’anno, e questo solo per vedere Alfredo che, d’altronde, non aveva mai avuto un benché minimo sospetto e non era stupito che la signora maestra cambiasse tappezzeria così sovente, a lui bastava lavorare. - Eccolo -, Egle esultò, - quello giallo, mi metterò il vestito giallo -, quello che adoperava per andare alle prove del coro parrocchiale. Alle 8,05 quella mattina di fine settembre entrò in aula, quella di sempre, vestita di grigio: all’ultimo momento aveva cambiato idea, il vestito grigio, quello di sempre, quello che le dava quell’aria così serena. Era serena, questo sì, ma in un vestito grigio . Ecco tutto! Quello era l’ultimo anno e poi finalmente la sospirata pensione. Alfredino, Giovanni, Pinin, Veronica, Simona, Valerio, Roberto, Ugo, Claidy, Vanessa, Emanuele, Gabriele, Luca, Fabiano, classe I B, 11 fritti misti con peperoncino, 11 terremoti del 7° grado della scala Mercalli, 11 sguardi innocenti. Eccola l’ultima classe della maestra Egle, I B, tutti bambini che già lei conosceva, perché li vedeva spesso correre e giocare nelle piccole e strette vie di Refrancore. La lettera A maiuscola in stampatello, il primo giorno di scuola i bambini devono imparare a scrivere la lettera A, la A come una casetta dal tetto spiovente, la A come una casetta degli gnomi del bosco, la A come la casa che avrebbe voluto farsi con Alfredo, ecco cosa voleva dire Egle, ma in silenzio; invece disegnava la A maiuscola in stampatello sulla lavagna e poi diceva - bambini, ricopiate -. Ricopiate, una parola che le era sempre sembrata strana, ricopiate, cioè copiare quello che si vede, senza aggiungerci niente di proprio, ricopiare. E a forza di ricopiare arrivò metà anno scolastico, il tempo scivolò via, senza lasciare neanche una striscia bianca, come fa il gessetto sulla lavagna; scivolò fra una A maiuscola e una a minuscola. Un giorno la Signora Direttrice invitò la maestra Egle a prepararsi, perché il programma scolastico prevedeva la solita gita; quell’anno, come meta, c’era la visita alla chiesetta di Sant’Andrea, posta su una collinetta di fronte a Refrancore, per ammirare l’unico affresco rimasto, fatto da un certo Jacopo Ferraro, pittore molto noto nel 1200 a Refrancore e addirittura a Castello d’Annone. Pranzo al sacco, partenza con lo scuolabus alle 9,30 e poi salita a piedi lungo il sentiero che si arrampica sulla collina della Rosa, per arrivare a Sant’Anna. - Mi raccomando, puntualità -. Accomodàti sullo scuolabus, i bambini della I B avevano gli occhi grandi come melograni, erano felici, come quando nella loro aula attraverso il grande finestrone vedevano la neve cadere, e allora, altro che il grado 7 della scala Mercalli, chi li teneva più quegli 11 piccoli barbari! - Via, si parte - gridò Gilberto, l’autista, dopo aver controllato che tutti fossero ai loro posti. – Evviva! - urlarono i bambini entusiasti. - - Silenzio! – urlò la maestra Egle tappandosi le orecchie. La strada scorreva velocemente dai finestrini dello scuolabus, come un vecchio film in bianco e nero. Il tempo di cantare che ci son 2 coccodrilli, un’aquila reale, il gatto, il topo, l’elefante e che naturalmente mancavano come al solito i due liocorni, che tac lo scuolabus si fermava. Bisognava scendere e fare l’ultimo tratto di strada a piedi, dato che non è più asfaltata e si arrampica su su!! e lo scuolabus non ce la può fare, troppo vecchio, troppo carico e forse anche troppo giallo, - tutti giù -, urla Gilberto. - Giù, forza bambini, a piedi fino alla chiesetta - urla la maestra Egle. - Vengo a prendervi dopo! – sussurra Gilberto alla maestra. - Mi raccomando, puntuale - sussurra la maestra a Gilberto. E come un vecchio colpo di vento, lo scuolabus troppo giallo tossì e scomparve. Nella piccola strada in salita tutti i bambini si misero in fila, in testa la maestra Egle che non voleva farsi sentire ansimare dalla fatica per la salita troppo ripida per lei vecchia maestra, e allora, ogni tanto, con la scusa di aver visto uno scoiattolo, additava un angolo del grande bosco che fiancheggiava la stradina, fermava la fila e coglieva l’occasione per respirare e riposarsi un po’. – Dove? Dove? Signora maestra, dove? Dove l’avete visto? - urlavano i bambini. - Laggiù - diceva Egle, e intanto ancora un po’ di fiato. - Non vediamo niente - dicevano i bambini. - Là, dietro quell’albero, quel castagno - un altro respiro di Egle. Delusi per non aver visto nessuno scoiattolo, tutti in fila ripresero il cammino, e, fra un falso avvistamento e un riprender di fiato di Egle, gli alunni della classe I B, Alfredino, Giovanni, Pinin, Veronica, Simona, Valerio, Roberto, Ugo, Claidy, Vanessa, Emanuele, Gabriele, Luca, Fabiano, si ritrovarono davanti alla Chiesetta di Sant’Andrea, costruita nel 1200, ove si trovava l’unico affresco rimasto, fatto da un certo Jacopo Ferraro, pittore noto a Refrancore e addirittura a Castello d’Annone. I bambini entrarono in chiesa attraversando un grande portone in legno, pesante come la pancia di un orco cattivo. Su in alto c’era il dipinto del Ferraro che, immenso, copriva tutta la volta della piccola chiesetta. Tutti i bambini si sedettero sulle panche, con la testa rivolta verso il soffitto. La maestra indicò il dipinto e poi appoggiò il dito sul naso. - Silenzio - disse Egle – non fatemi urlare, ora vi racconterò le storie che ci sono in quel dipinto. - - Maestra – disse Vario – mentre Lei ci racconta, noi possiamo fare merenda? - In chiesa non si potrebbe, ma, vista la salita e sentita la fatica, Gesù li avrebbe perdonati, così pensò Egle e allora disse: - Sì, ma fate piano a scartocciare i panini. - Come se non avesse avvisato prima, ci fu un concerto di scartocciamenti e un frugnare sgradevole che, ascoltato nell’eco del silenzio della chiesa, ricordava una marcia di topi sopra un tappeto di noccioline americane. I bambini fecero la merenda con la testa all’in su, ascoltando (si fa per dire) la maestra Egle. – Guardate, bambini, Jacopo Ferraro in questo dipinto ha adoperato solo i colori primari, gnam gnam morsicata su un panino con il prosciutto cotto, colori che studieremo poi il prossimo anno, gnam gnam morsicata su un panino di prosciutto crudo, guardate quanti animali ravvivano la composizione, loro hanno un significato simbolico, gnam gnam morsicata su una briosc ripiena di cioccolato, i conigli sono la speranza, mentre i pellicani e i corvi ricordano il tempo che passa, coro di gnam gnam e di crac crac di patatine. Oltre gli animali, guardate lassù, bambini, ci sono degli angioletti e a destra, quel personaggio vestito con una lunga veste verde scuro è …. – la maestra Egle smise di parlare e sgranò gli occhi, allungò il collo come volesse vedere da vicino quel personaggio vestito di verde. Assomigliava tanto al suo amore tappezziere Alfredo, sì, Alfredo, era lì con il braccio in alto, quasi a voler cambiare la tappezzeria della chiesa. In quel silenzio i bambini bloccarono le loro mandibole sui gnam gnam e sui cra cra e anche loro sgranarono gli occhi. Insomma, fu tutta una visione, uno sgranare di occhi e un gnam gnam, il dipinto di Jacopo Ferraro era solo un dipinto immenso su una volta di una piccola chiesetta, nulla di più. Ma quando gli sguardi sono dei bambini e degli innamorati, allora tutto può apparire con il cuore che batte. - Basta – disse la maestra, come per svegliarsi da un torpore – bisogna andare. - Tutti i bambini, in silenzio, uscirono dalla porta pesante come la pancia di un orco cattivo. Si incamminarono in uno strano silenzio lungo il sentiero ripido e ciottoloso. La maestra Egle non ebbe neanche il tempo di soffermarsi su un suo antico segreto e si mise a contare i bambini: 1, 2, 3 4 ….. Subito cacciò un urlo: - Gabriele, dov’è? Veronica, Gabriele era vicino a voi. Dov’è andato? – - Non lo so, maestra – disse la bimba con gli occhi spaventati. - Luca, vai a vedere se è rimasto in chiesa. - Luca, come Mercurio, vola e, in un batter d’occhio, ritorna. - No, Signora Maestra, Gabriele in chiesa non c’è! - - Oh, mio Dio! Bisogna cercarlo – disse la maestra con le mani appoggiate al petto. – Alfredino, Simona, Pinin, andate da questa parte, Emanuele, Luca, Vanessa, andate da quell’altra parte, Valerio, Claidy, Ugo, Roberto, Fabiano ed io andiamo di là, e, mi raccomando, chiamatelo forte! - I bambini presero tutta la faccenda di Gabriele per un gioco, d’altronde uno due tana, era normale giocarci all’ora dell’intervallo, erano esperti a nascondersi ed erano professionisti a ritrovarsi. Ma quello non era un gioco, Gabriele non c’era davvero. Quando i diversi gruppi si separarono, nel bosco si sentiva riecheggiare il nome di Gabriele. – Gabriele! – urlava Veronica. – Gabriele! – urlava Pinin. – Gabriele! – urlava la maestra Egle. Gridavano tutti così tanto il nome di Gabriele che ad un certo punto pareva che anche gli alberi e gli uccelli urlassero quel nome. Tutti si ritrovarono dentro ad un bosco, ma di Gabriele nessuna traccia. Sconsolati e stanchi si sedettero tutti, compresa la maestra, sul tronco di un albero caduto durante l’inverno per la troppa neve. Intanto il tempo passò con le forbici in mano e tagliò un’altra fetta di giornata. In quell’ansia, la maestra si accorse che, non solo Gabriele si era perduto, ma anche loro non sapevano dove fossero. La maestra si tenne il terribile segreto per un po’, ma, quando la scolaresca si rese conto dell’accaduto, tutti iniziarono a piangere a catena. Valerio: - Ora scenderà la notte, arriverà il lupo nel bosco. – - Altro che lupo, il bosco è pieno di orchi cattivi – replicò Vanessa. - Calma, ragazzi, calma, i boschi non sono abitati né da lupi, né da orchi. - - Ma Signora Maestra, allora le storie che voi grandi ci raccontate non sono vere! - - Cioè.. sì, sono vere, ma non in questo caso! – cercò di spiegarsi la maestra mentre pensava che quella era la lezione più difficile che avesse mai fatto. Intanto, da lontano, apparve Gabriele. – Signora maestra! Signora maestra! Sono Gabriele. – Gabriele si avvicinò alla maestra e tutti i bambini gli si strinsero attorno. Gabriele ansimava: - Signora maestra, volevo annunciarle che il sole sta tramontando. – Passarono mille pensieri nella testa della maestra, primo fra tutti quello di punire Gabriele, un punizione esemplare, che rare volte aveva dato nei suoi quarant’anni di insegnamento: ma non ebbe il coraggio di farlo, perché Gabriele, con quegli occhi attraversati dal mare, perché Gabriele, con quell’aria gracile da foglia caduta, quel Gabriele bisognava perdonarlo. E mentre lei perdonava Gabriele, tutta la classe era nuovamente seduta sul tronco dell’albero caduto, a osservare il sole che tramontava illuminando tutto il bosco. La maestra prese per mano Gabriele e insieme si sedettero sul tronco, in un silenzio quasi irreale: il sole, come aveva annunciato Gabriele, stava tramontando e tutti dimenticarono di essere in un bosco, dimenticarono che i boschi sono abitati da lupi, orchi e gnomi. Tutti erano lì a guardare il sole che andava lentamente a riposare da un’altra parte del mondo. E lì la maestra Egle scoprì che in quegli 11 sguardi si nascondevano dei piccoli, invisibili, impercettibili sentimenti. La maestra con i bambini si meravigliò del sole che stava tramontando, lei non lo aveva mai visto così prima di allora, una palla di fuoco, immensa e stupenda. L’avventura si concluse bene, Gilberto arrivò, portò tutti in salvo e fu trattato dai bambini per tutto l’anno scolastico come un eroe dagli straordinari poteri. Ma per la maestra Egle, meravigliata del sole che tramonta, tutto cambiò. Il giorno dopo arrivò a scuola con addosso quel meraviglioso vestito giallo. Girò tutti i banchi verso la grande vetrata dell’aula e, insieme ai bambini, passò quell’ultimo anno scolastico prima di andare in pensione a guardare il mondo che fuori scorreva lentamente, come in un piccolo cinema di periferia.
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